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Ferruccio De Bortoli, uno dei più importanti giornalisti italiani, direttore per anni del Corriere della Sera e attuale direttore del Sole 24 Ore, ha rifiutato la carica di presidente della RAI. Il nome di De Bortoli era venuto fuori in un vertice tra il leader del PD Dario Franceschini e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.

Per molti la poltrona di viale Mazzini sarebbe un grandissimo onore, un sogno: diventare presidente della TV di stato, ma non per tutti. De Bortoli probabilmente non sente il richiamo invitante del potere. Ne è stato un esempio quando lascià la quindi del Corriere della Sera dopo qualche scaramuccia con Silvio Berlusconi, per poi accasarsi nel più modesto Sole 24 Ore.

D’altronde l’incarico di presidente della RAI è ben diverso rispetto ad altri equivalenti del settore editoriale. La carica è limitata (solitamente si assiste ad un cambio del presidente con il cambio di legislatura) e fortemente poltica. Questo porterebbe ad una poca stabilità e ad un minimo di sudditanza: caratteristiche che ben poco si addicono ad una buona gestione di un mezzo di comunicazione.

Sicuramente De Bortoli preferisce essere ricordato come un ottimo giornalista, e non intende “sporcarsi” le mani con la televisione. E come non dargli ragione.

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Riprendendo il discorso iniziato nel post precedente, il 5 marzo Repubblica ha pubblicato una lettera del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. In tale lettera, Bondi si rifà a quanto affermato da Baricco, riguardante la necessitò di utilizzare televisione e scuola come mezzi per far rinascere la cultura italiana. Riconoscendo l’importantissimo ruolo della TV, e sospinto dal modello applicato da Sarkozy in Francia, Bondi propone di svincolare una rete pubblica RAI dal sistema Auditel, e di conseguenza dalla pubblicità. Questo per creare nella rete un vero servizio pubblico, una rete in cui i programmi non scadano nella volgarità, nella stupidità e nella superficialità. “Una rete svincolata dall’auditel permetterebbe quindi di sperimentare nuovi linguaggi e nuovi format “, afferma il ministro, dimostrandosi aperto a nuovi modelli di intrattenimento.

Le risposte del consiglio d’amministrazione della RAI non si sono fatte attendere, e tutte sono negative. Giovanna Bianchi Clerici afferma che l’avvento del digitale terrestre offrirà molti nuovi canali tematici, e che quindi il problema non si pone. Inoltre sottolinea come il mancato incasso di pubblicità rischi “di fare un favore a Mediaset, Sky e al web”. Nino Rizzo Nervo afferma che la proposta deve essere vagliata dal parlamento, affermando che la situazione creerebbe squilibri sul mercato pubblicitario attuale. Il direttore di RaiTre Ruffini bolla la proposta come rischi: “Cosa farebbero le altre reti Rai? Una tv commerciale?”.

Personalmente ritengo la proposta di Bondi molto sensata, sopratutto per quanto riguarda il distacco da Auditel, il vero colpevole del degrado qualitativo della televisione italiana. Una televisione di qualità, con programmi non necessariamente inneggianti alla cultura, ma intelligenti e non superficiali. La critica più seria che ho sentita è quella riguardante la varietà offerta dal digitale terrestre: è vero, la RAI possiede molti canali tematici sulla nuova piattaforma, ma il problema è che essi sono troppo dispersivi e sotto-sovvenzionati. Un canale culturale realizzato con il 70% dei fondi attualmente stanziati anche solo per RaiTre riuscirebbe a produrre un palinsesto degno di nota, molto più dei mille canali tematici solitari.

Riguardo al fattore pubblicità, si apre una nota dolente: effettivamente diminuendo gli introiti pubblicitari della TV pubblica si creerebbero problemi di budget e squilibri nel mercato. Secondo me si potrebbe affettuare un aumento del canone per ovviare ai mancati incassi (io lo pagherei volentieri per un servizio migliore). Riguardo invece agli squilibri si rischia di favorire Mediaset, è vero, però è sbagliato pensare che si bisogni rivedere i tetti di affollamento pubblicitario (tra l’alto già molto elevati). Se i tetti rimangono elevati, i listini delle concessionarie aumenteranno di sicuro (legge domanda-offerta). Il che non è grave: diminuirebbero gli inserzionisti televisivi per deviare finalmente investimenti sul web, o su mezzi in crisi come la stampa.

Che Bondi abbia smesso di fare l’ombra di Silvio per mettersi a pensare con la propria testa?

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Teatro

In un lungo articolo, pubblicato su Repubblica il 24 febbraio 2009, Alessandro Baricco riflette sulla situazione attuale riguardo ai fondi pubblici destinati alla cultura. Egli afferma che gli interventi statali per salvare varie realtà culturali, soprattutto il teatro di prosa e il teatro d’opera, sono dannosi per il paese e sprecati. Lo scrittore propone quindi di utilizzare tali fondi su due direzioni principali: la televisione e la scuola. Coerentemente Baricco afferma che è inutile salvare l’opera se a scuola non si insegna la storia della musica. I fondi per la televisione andrebbero a finire nella ricerca di una tv culturale: in grado di passare conoscenza, rispetto e valori allo spettatore. La scuola, invece, sarebbe proprio il trampolino di (ri)lancio della situazione. Se bisogna trasmettere qualcosa ad una persona, è molto più facile farlo finché questa è giovane.

L’idea di fondo di Baricco è giusta: diventa quasi ridicolo cercare di salvare enti culturali, spesso messi in ginocchio da sprechi e mancanza cronica di pubblico. Deviando i fondi sulla scuola è possibile creare un futuro pubblico, interessato alla materia, per tali spettacoli. Ma la strada è lunga e dura. Riguardo alla televisione, si può affermare con certezza che le possibilità di creazione di programmi realmente culturali sono veramente ridotte, anche con fondi aggiuntivi. Questo finchè esistera una certezza chiamata Auditel e frotte di dirigenti televisivi pronti a chinarsi ad essa.

Lo scorso 3 marzo, il blogger Massimo Mantellini ha risposto allo scrittore torinese dalle pagine web de La Stampa con un articolo molto interessante. Commentando l’articolo di Baricco, Mantellini critica l’assenza di Internet come “luogo moderno ed attuale della crescita culturale del paese”. A parere del blogger l’assenza è dovuta ad una totale ignoranza dell’elite culturale del paese riguardo al mezzo, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti pedagogici e culturali. Anzi spesso le elite sono spaventate da Internet e cercano di controllarlo, con legislazioni restrittive, contrarie alle direzioni prese dai partner europei. Mantellini inoltre fa notare come l’alfabetizzazione informatica italiana sia (in Europa) pari a Portogallo e Bulgaria e largamente inferiore alle grandi potenze.

Quello che molti si chiederanno è come fare a destinare soldi pubblici a internet, data la sua natura. Personalmente penso che la soluzione sia non aiutare, il mezzo in se, ma incentivare l’accesso al mezzo. Fornire una copertura di banda larga a tutta la popolazione, erogare incentivi per l’acquisto di pc per studenti e anziani. Ma soprattutto insegnare l’informatica, e un corretto utilizzo della rete agli studenti, ma soprattutto agli insegnanti, perché sono loro i primi a dover capire l’importanza del mezzo e saperla sfruttare.

Il futuro non è lontanto, è solo offuscato.

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Repubblica.it segnala che Mediaset ha esposto ufficialmente una richiesta di risarcimento a Google per i contenuti Mediaset presenti su Youtube. Il colosso televisivo pretenderebbe 500 milioni di risarcimento perché Youtube sfrutta oltre 4000 video il cui contenuto apparterebbe a Mediaset. Gli esperti di Fininvest hanno calcolato che i video il cui copyright appartiene a Mediaset avrebbero fatto perdere alla tv ben 315.672 ore di programmazione.

L’idea di Mediaset non è isolata. In America Viacom ha fatto richiesta per danni per lo stesso motivo di Mediaset, il risultato è che le due aziende hanno raggiunto un accordo non economico, ma attraverso una merce di scambio molto più importante: le informazioni. Difatti Google dovrà cedere le informazioni sugli utenti che hanno caricato i video incriminati e i dati sugli utenti finiti sulla pagina del video. E’ quindi successo: l’informazione è arrivata a valere più del denaro.

Ma tornando all’argomento italiano della disputa mi viene difficile capire come abbia potuto la tv privata capire di avere 315.672 ore, perché sarebbero tutte ore di repliche, spezzoni di non più di 10 minuti e soprattutto doppioni. I video di maggior tendenza di Youtube sono tutti disponibili in tantissime copie diverse. Quelli di Mediaset saranno quasi sicuramente tutti doppi, per cui le ore perse sarebbero la metà. Ma soprattutto sarebbero insfruttabili in un palinsesto televisivo.

Però è giusto che esista il copyright e che questo venga rispettato. In ogni caso, lunga vita a Youtube.

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La TV di Sarkozy

Nicolas Sarkozy

Oggi il presidente francese Nicolas Sarkozy ha annunciato un piano di riforma della tv pubblica francese. La sua proposta è di arrivare ad abolire la pubblicità sulla televisione pubblica francese perchè essa si ritrovi veramente a fare un servizio pubblico senza piegarsi alle mere regole del mercato pubblicitario, tipiche della tv commerciale. Il buco di bilancio in cui si ritroverebbe la tv pubblica sarebbe enorme. In Italia (vedi tabella) metà dei ricavi Rai sono dovuti ad entrate pubblicitarie. La proposta del presidente francese è semplice: tassare le entrate pubblicitarie delle reti private (bene) e aggiungere una tassa “infinitesimale” sui nuovi mezzi di comunicazione (male).

Sicuramente la proposta avanzata è molto coraggiosa: sarebbe un ritorno al passato senza precedenti in Europa, una mossa in grado di spostare montagne di denaro come niente. Alla fine le due proposte per ripianare il buco non sono malissimo: tassare le altre tv sarebbe una cosa fattibilissima perché tanto diminuendo l’offerta pubblicitaria in termine di numero di canali, i prezzi aumenterebbero. In pratica le tv private non guadagnerebbero meno con la nuova tassa, perché avranno un volume d’affari aumentato. Chi pagherebbe di più alla fine sarebbero i clienti che vogliono farsi pubblicità. Bisogna però considerare che il mercato pubblicitario europeo è in un momento di stagnazione e quindi questo potrebbe dare una mazzata agli investimenti televisivi e deviare più flussi di investimento verso i nuovi media. E qui che spunta la seconda tassa di Sarkozy. Questa la reputo meno giusta, perché secondo me i panni sporchi bisogna lavarseli in casa, e quindi non prendere i soldi da internet per darli alla tv.

In Italia una proposta non arriverà mai. Perché il governo di sinistra non capisce niente di media e l’opposizione di destra (guidata dal signor Mediaset) non si sognerebbe mai di fare una cosa del genere: penalizzante per la tv commerciale e degna dei comunisti. Sarkozy è un leader di destra, ma devo dire che lo stimo per varie ragioni: è una persona sicura e decisa, ha carisma, è riuscito a formare un governo composto per metà da donne, è giovane, ha creato alleanze con moltissime potenze in pochissimi mesi: Italia e Spagna in primis, ma anche la Chiesa e gli Stati Uniti. E poi c’è questa storia della televisione, una mossa azzardata e coraggiosa. Per molti tratti descritti sopra potrebbe assomigliare a Zapatero. Uno come Sarkozy ce lo sogniamo noi, che siamo governati da due vecchietti: uno che pensa a farsi i soldi e sistemarsi i guai con la giustiza, l’altro che pensa solo a come non perdere quei due o tre senatori che lo tengono su.

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Omonimia

Visite

Il giorno 12 Novembre 2007 il mio blog ha ricevuto ben 3711 visite. Direi che è un numero “leggermente” più alto delle visite giornaliere medie.

L’11 Novembre scorso (1994 visite) è morto Gabriele, dj e tifoso della Lazio, detto Gabbo. La notizia si è sparsa velocemente, e molti curiosi sono subito andare a cercare il blog di questo tale Gabbo. E molti han trovato il mio. Questo mi ha fatto riflettere

Non mi va di spendere parole sui fatti accaduti in questi giorni e sulla questione della tifoseria, perché sicuramente scriverei riguardo a fatti sui quali non sono al corrente. Voglio scrivere invece riguardo alle conseguenze che questi fatti han portato sulla società.

Innanzitutto le visite al mio blog sono state concentrate principalmente nella giornata dopo l’accaduto per un ovvio ritardo riguardo alla diffusione della notizia, nei giorni dopo le visite sono calate con un andamento non lineare, ma con un andamento esponenziale (vedi figura in alto). Questo vuol dire che l’interesse degli utenti è calato molto in fretta, fino a raggiungere le 170 visite di ieri.

Ma perchè è calato? Perchè i media (tv su tutti) hanno smesso quasi di parlarne, hanno parlato di altro. Il cittadino medio pensa su argomenti che i media gli dicono di pensare. Questa è la teoria dell’agenda setting. Recentemente ho dato un esame in cui era richiesta la teoria dell’agenda setting, e devo ammettere che adesso sono persuaso sulla sua validità. Probabilmente il web dovrebbe essere più libero, dovrebbe modificare un po’ la teoria dell’agenda setting. Ma in Italia è difficile. La TV è padrona. Di noi.

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I David caserecci

David di Donatello

Stasera in TV, praticamente per caso, sono incappato su Rai Due nella premiazione dei David di Donatello, il premio cinematografico più importante nel panorama italiano. Sinceramente devo ammettere di non averli mai visti prima, ma mi hanno deluso.

Innanzitutto per l’orario: in pre-serata al posto che in prima serata, come meriterebbe un evento del genere. L’influenza televisiva si faceva sentire anche sul limite di orario, con un Solenghi (presentatore della serata) che cercava di stringere per stare entro “il lotto alle otto”… E’ un indecenza che il premio italiano più prestigioso si pieghi alle assurde regole televisive di tempistiche e share.

Altra nota negativa secondo me sono i contenuti: vuoto. Un alternarsi di premiazioni una dopo l’altro senza neanche il tempo di realizzare chi abbia vinto cosa. Chi cercava di tenere un po’ alto lo show era solo quel poveretto di Solenghi. Ma prendere un po’ di esempi dagli Stati Uniti: Oscar, Golden Globe, MTV movie awards? Lì la cerimonia è fortemente spettacolarizzata con intrattenimento vario, siparietti e altre cose: diciamo che gli autori si danno da fare. Forse laggiù è fin troppo tirato da sembrare finto, ma stasera ho visto una depressione nella premiazione che mi ha davvero stupito.

Costerebbe molto mettere su uno show degno di questo nome?

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