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Archive for the ‘Internet’ Category

Fly Away

Voli USA

Su Wired Magazine, nota rivista di divulgazione sull’innovazione americana, di marzo si nota un’interessante opera d’arte, creata da Aaron Koblin, sfruttando le mappe di Google e i servizi di FlightView, un servizio che monitora gli spostamenti di tutti gli aerei di linea negli Stati Uniti in tempo reale.

Aaron ha sfruttato i due servizi per tracciare più di 205.000 voli effettuati il 12 Agosto 2008, creando una specie di mappa del traffico aereo statunitense. I più bravi in geografia sapranno sicuramente riconoscere le grandi città dal traffico in entrata e uscita.

Complimenti per l’idea!

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Tocca a te

Nei giorni scorsi, navigando in rete, molti si saranno accorti di una campagna pubblicitaria di Telecom Italia, effettuata sfruttando il lettering di Google. La campagna in questione intende sponsorizzare l’iniziativa Working Capital, un progetto che intende sostenere le iniziative imprenditoriali italiane in ambito wb 2.0 (messo che in Telecom sappiano veramente cosa vuol dire).

Date le polemiche venute fuori, Google ha prontamente pubblicato un post sul proprio blog ufficiale, specificando di aver autorizzato in via eccezionale Telecom ad utilizzare il proprio lettering. Questo perché l’iniziativa proposta da Telecom rispecchia molto la vision della casa di Mountain View: promuovere l’innovazione. Detto questo però il post ufficiale si chiude con una presa di distanze netta verso l’iniziativa di Telecom, specificando che Google non è in alcun modo implicata nel progetto.

Personalmente penso che Google abbia fatto male ad autorizzare Telecom, perché è un’azienda che si allontana molto dall’idea di Page e Brin (il motto “dont’ be evil”). In Italia Telecom è spesso vista male dagli utenti per vari motivi: disservizi, tariffe, management incapace. L’esatto opposto di quello che è Google (servizi e tecnologia d’avanguardia, servizi quasi sempre gratis, ed eccellenza accademica). Ci può stare che il progetto è condivisibile (anche se l’ultima frase del post di Google sembra quasi presagire un fallimento di esso), ma bisogna anche guardare alla percezione dell’azienda da parte del pubblico.

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Teatro

In un lungo articolo, pubblicato su Repubblica il 24 febbraio 2009, Alessandro Baricco riflette sulla situazione attuale riguardo ai fondi pubblici destinati alla cultura. Egli afferma che gli interventi statali per salvare varie realtà culturali, soprattutto il teatro di prosa e il teatro d’opera, sono dannosi per il paese e sprecati. Lo scrittore propone quindi di utilizzare tali fondi su due direzioni principali: la televisione e la scuola. Coerentemente Baricco afferma che è inutile salvare l’opera se a scuola non si insegna la storia della musica. I fondi per la televisione andrebbero a finire nella ricerca di una tv culturale: in grado di passare conoscenza, rispetto e valori allo spettatore. La scuola, invece, sarebbe proprio il trampolino di (ri)lancio della situazione. Se bisogna trasmettere qualcosa ad una persona, è molto più facile farlo finché questa è giovane.

L’idea di fondo di Baricco è giusta: diventa quasi ridicolo cercare di salvare enti culturali, spesso messi in ginocchio da sprechi e mancanza cronica di pubblico. Deviando i fondi sulla scuola è possibile creare un futuro pubblico, interessato alla materia, per tali spettacoli. Ma la strada è lunga e dura. Riguardo alla televisione, si può affermare con certezza che le possibilità di creazione di programmi realmente culturali sono veramente ridotte, anche con fondi aggiuntivi. Questo finchè esistera una certezza chiamata Auditel e frotte di dirigenti televisivi pronti a chinarsi ad essa.

Lo scorso 3 marzo, il blogger Massimo Mantellini ha risposto allo scrittore torinese dalle pagine web de La Stampa con un articolo molto interessante. Commentando l’articolo di Baricco, Mantellini critica l’assenza di Internet come “luogo moderno ed attuale della crescita culturale del paese”. A parere del blogger l’assenza è dovuta ad una totale ignoranza dell’elite culturale del paese riguardo al mezzo, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti pedagogici e culturali. Anzi spesso le elite sono spaventate da Internet e cercano di controllarlo, con legislazioni restrittive, contrarie alle direzioni prese dai partner europei. Mantellini inoltre fa notare come l’alfabetizzazione informatica italiana sia (in Europa) pari a Portogallo e Bulgaria e largamente inferiore alle grandi potenze.

Quello che molti si chiederanno è come fare a destinare soldi pubblici a internet, data la sua natura. Personalmente penso che la soluzione sia non aiutare, il mezzo in se, ma incentivare l’accesso al mezzo. Fornire una copertura di banda larga a tutta la popolazione, erogare incentivi per l’acquisto di pc per studenti e anziani. Ma soprattutto insegnare l’informatica, e un corretto utilizzo della rete agli studenti, ma soprattutto agli insegnanti, perché sono loro i primi a dover capire l’importanza del mezzo e saperla sfruttare.

Il futuro non è lontanto, è solo offuscato.

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Come anticipato ieri dal sempre attento Federico, e poi confermato da Google, oggi è uscito Chrome, browser di Google. La mossa di Google di sbarcare sul mercato software ha sorpreso molti, perché si distacca molto dalla base di Google, ma anche perché pone serie distanze tra Google e Mozilla, che spesso sono andati d’amore e d’accordo.

Questo post non ha lo scopo di fare una recensione, ma di valutare il perché di questa mossa e le possibili ripercussioni future. Devo però dire che ho installato Google Chrome, l’ho provato, e non mi ha fatto una grandissima impressione. Molte feature sono copiate da Firefox e Safari, alcune applicazioni sembrano caricarsi meglio (anche se Google Maps con Street View è una tragedia lo stesso). SInceramente non vedo un gap rispetto ai concorrenti tale da giustificare un cambio di browser in massa.

La prima cosa che ho pensato quando ho saputo la notizia è che si trattasse di una bufala. Google era già impegnata in stretti rapporti con Mozilla e mi sembrava una stupidaggine sviluppare un nuovo browser da zero. Ma lo hanno fatto. A quel punto il mio pensiero è andato subito alle possibilità che può fornire un browser, impostato su Google, per Google. La risposta è: tantissime. Google vive di informazioni, se ne ciba continuamente, le immagazzina senza cancellarle. Ogni ricerca fatta da un utente vive su un database di Google, ogni mail mandata con Gmail, ogni video visto su Youtube, ogni foto caricata su Picasa, ogni ricerca geografica su Google Maps. Tutto viene immagazzinato. Adesso immaginiamo di possedere un browser che può realmente inviare a Google tutto quello che fa l’utente, anche senza utilizzare i servizi Google: l’effetto sarebbe devastante. Ma a quanto pare sembra che non sia così. Secondo il sempre informatissimo Matt Cutts, Chrome non manda costantemente informazioni a Google, che anzi sembra non sfruttare la ghiotta occasione. Questo perché Google non vorrebbe finire in ulteriori casini per la gestione dei dati degli utenti.

Come già detto ci sono novità tecniche sulla gestione dei thread, l’interfaccia è la stessa dei concorrenti, la velocità è sensibilmente maggiore. Queste poche cose (a mio parere) non possono giustificare un passaggio repentino da altri browser a Chrome. BIsognava portare novità più sostanziose, come fece il primo Firefox. Secondo me Google si guadagnerà la fetta di mercato, ma ci metterà tanto. Basti pensare i mesi che ci ha messo Firefox ha raggiungere la quota che ha adesso. L’unico vantaggio che può possedere Google è il fattore popolarità. Non tutti possono fregiarsi di essere il brand più conosciuto al mondo.

La maggior parte dell’utenza di internet non sviluppa un pensiero critico, ma utilizza comunque i servizi web in maniera massiccia. E più un servizio è ben fatto, più è degno di ammirazione. Ecco perché la gente adora Google. Vede il lato pulito ed efficiente della medaglia, quel motto “don’t be evil” che risuona come un inno per il consumatore. Ma stiamo parlando dell’azienda internet più ricca della Silicon Valley, quotata in borsa e finanziata da venture capitalist tosti. Prima o poi in queste condizioni è difficile non essere cattivi.

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Accolgo l’invito di Federico ed elenco i miei servizi web 2.0:

  • Comunicare: Adium
  • Mail: Gmail
  • Ricerca: Google
  • Rss reader: Vienna
  • Statistiche: Google Analytics
  • Immagini: Flickr
  • Video: Youtube
  • Musica: Last.fm
  • Blog: WordPress
  • Social network: Facebook

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Repubblica.it segnala che Mediaset ha esposto ufficialmente una richiesta di risarcimento a Google per i contenuti Mediaset presenti su Youtube. Il colosso televisivo pretenderebbe 500 milioni di risarcimento perché Youtube sfrutta oltre 4000 video il cui contenuto apparterebbe a Mediaset. Gli esperti di Fininvest hanno calcolato che i video il cui copyright appartiene a Mediaset avrebbero fatto perdere alla tv ben 315.672 ore di programmazione.

L’idea di Mediaset non è isolata. In America Viacom ha fatto richiesta per danni per lo stesso motivo di Mediaset, il risultato è che le due aziende hanno raggiunto un accordo non economico, ma attraverso una merce di scambio molto più importante: le informazioni. Difatti Google dovrà cedere le informazioni sugli utenti che hanno caricato i video incriminati e i dati sugli utenti finiti sulla pagina del video. E’ quindi successo: l’informazione è arrivata a valere più del denaro.

Ma tornando all’argomento italiano della disputa mi viene difficile capire come abbia potuto la tv privata capire di avere 315.672 ore, perché sarebbero tutte ore di repliche, spezzoni di non più di 10 minuti e soprattutto doppioni. I video di maggior tendenza di Youtube sono tutti disponibili in tantissime copie diverse. Quelli di Mediaset saranno quasi sicuramente tutti doppi, per cui le ore perse sarebbero la metà. Ma soprattutto sarebbero insfruttabili in un palinsesto televisivo.

Però è giusto che esista il copyright e che questo venga rispettato. In ogni caso, lunga vita a Youtube.

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E’ stato lanciato ieri Cuil, nuovo motore di ricerca fondato da ex ingegneri di Google, insoddisfatti delle politiche etiche dell’azienda. Il punto di forza (secondo i fondatori) sta nella quantitò di pagine indicizzate, superiore a quella di Google, e nella protezione della pivacy. Difatti il neonato motore di ricerca non terrebbe traccia delle persone che utilizzano il servizio, al contrario di Google, che tiene traccia di qualsiasi virgola l’utente scriva. L’altra differenza sostanziale starebbe nel metodo di ricerca. Mentre Google si affida totalmente al PageRank, ovvero al numero (e alla qualità) dei link in entrata, Cuil tiene conto in maniera sostanziale dei contenuti della pagina.

Dietro a questo lancio in grande stile (e anche un po’ presuntuoso) si cela un gruppo di ex tecnici che hanno lasciato Google per divergenza di vedute, più un’autorità del campo: Louis Monier. Luois Monier è il creatore di Altavista, il primo motore di ricerca ad avere un successo planetario, e che funzionasse in maniera decente. Come pochi sanno la fama di Altavista è andata lentamente calando a causa del modello di business di internet di fine anni 90: il portale. I grandi portali facevano soldi mantenendo la gente sul proprio sito, non mandandola via con la ricerca. Grazie anche a scelte economiche sbagliate, Altavista fu acquistata e rivenduta da vare aziende, rimodellata con miglioramenti vari e grazie a fusioni, fino all’acquisizione finale da parte di Yahoo. In pratica il secondo motore di ricerca mondiale (Yahoo) è costituito da Altavista.

Ma torniamo a Cuil. L’home page si presenta semplice e pulita, con un nero di fondo a voler indicare l’esatto opposto di Google. I risultati sono presentati in colonne, due o tre a scelta dell’utente, e ogni risultato e correlato di un’immagine presa dal sito (buona idea). Sulla destra compare anche una finestra con categorie suggerite per restringere la ricerca.

Alcune idee sono buone, però ci sono ancora alcuni passi da fare: la ricerca di termini italiani non funziona in modo ottimale, tirando fuori risultati assolutamente non in ordine di importanza, a molti non italiani. Inoltre manca un modello di business. Un motore di ricerca così imponente non può sopravvivere tanti mesi senza permettersi di guadagnare qualcosa. Verranno fuori gli annunci a pagamento come Google e Yahoo?

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