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Archive for the ‘Attualità’ Category

de_bortoli

Ferruccio De Bortoli, uno dei più importanti giornalisti italiani, direttore per anni del Corriere della Sera e attuale direttore del Sole 24 Ore, ha rifiutato la carica di presidente della RAI. Il nome di De Bortoli era venuto fuori in un vertice tra il leader del PD Dario Franceschini e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.

Per molti la poltrona di viale Mazzini sarebbe un grandissimo onore, un sogno: diventare presidente della TV di stato, ma non per tutti. De Bortoli probabilmente non sente il richiamo invitante del potere. Ne è stato un esempio quando lascià la quindi del Corriere della Sera dopo qualche scaramuccia con Silvio Berlusconi, per poi accasarsi nel più modesto Sole 24 Ore.

D’altronde l’incarico di presidente della RAI è ben diverso rispetto ad altri equivalenti del settore editoriale. La carica è limitata (solitamente si assiste ad un cambio del presidente con il cambio di legislatura) e fortemente poltica. Questo porterebbe ad una poca stabilità e ad un minimo di sudditanza: caratteristiche che ben poco si addicono ad una buona gestione di un mezzo di comunicazione.

Sicuramente De Bortoli preferisce essere ricordato come un ottimo giornalista, e non intende “sporcarsi” le mani con la televisione. E come non dargli ragione.

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Tocca a te

Nei giorni scorsi, navigando in rete, molti si saranno accorti di una campagna pubblicitaria di Telecom Italia, effettuata sfruttando il lettering di Google. La campagna in questione intende sponsorizzare l’iniziativa Working Capital, un progetto che intende sostenere le iniziative imprenditoriali italiane in ambito wb 2.0 (messo che in Telecom sappiano veramente cosa vuol dire).

Date le polemiche venute fuori, Google ha prontamente pubblicato un post sul proprio blog ufficiale, specificando di aver autorizzato in via eccezionale Telecom ad utilizzare il proprio lettering. Questo perché l’iniziativa proposta da Telecom rispecchia molto la vision della casa di Mountain View: promuovere l’innovazione. Detto questo però il post ufficiale si chiude con una presa di distanze netta verso l’iniziativa di Telecom, specificando che Google non è in alcun modo implicata nel progetto.

Personalmente penso che Google abbia fatto male ad autorizzare Telecom, perché è un’azienda che si allontana molto dall’idea di Page e Brin (il motto “dont’ be evil”). In Italia Telecom è spesso vista male dagli utenti per vari motivi: disservizi, tariffe, management incapace. L’esatto opposto di quello che è Google (servizi e tecnologia d’avanguardia, servizi quasi sempre gratis, ed eccellenza accademica). Ci può stare che il progetto è condivisibile (anche se l’ultima frase del post di Google sembra quasi presagire un fallimento di esso), ma bisogna anche guardare alla percezione dell’azienda da parte del pubblico.

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sandro-bondi

Riprendendo il discorso iniziato nel post precedente, il 5 marzo Repubblica ha pubblicato una lettera del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. In tale lettera, Bondi si rifà a quanto affermato da Baricco, riguardante la necessitò di utilizzare televisione e scuola come mezzi per far rinascere la cultura italiana. Riconoscendo l’importantissimo ruolo della TV, e sospinto dal modello applicato da Sarkozy in Francia, Bondi propone di svincolare una rete pubblica RAI dal sistema Auditel, e di conseguenza dalla pubblicità. Questo per creare nella rete un vero servizio pubblico, una rete in cui i programmi non scadano nella volgarità, nella stupidità e nella superficialità. “Una rete svincolata dall’auditel permetterebbe quindi di sperimentare nuovi linguaggi e nuovi format “, afferma il ministro, dimostrandosi aperto a nuovi modelli di intrattenimento.

Le risposte del consiglio d’amministrazione della RAI non si sono fatte attendere, e tutte sono negative. Giovanna Bianchi Clerici afferma che l’avvento del digitale terrestre offrirà molti nuovi canali tematici, e che quindi il problema non si pone. Inoltre sottolinea come il mancato incasso di pubblicità rischi “di fare un favore a Mediaset, Sky e al web”. Nino Rizzo Nervo afferma che la proposta deve essere vagliata dal parlamento, affermando che la situazione creerebbe squilibri sul mercato pubblicitario attuale. Il direttore di RaiTre Ruffini bolla la proposta come rischi: “Cosa farebbero le altre reti Rai? Una tv commerciale?”.

Personalmente ritengo la proposta di Bondi molto sensata, sopratutto per quanto riguarda il distacco da Auditel, il vero colpevole del degrado qualitativo della televisione italiana. Una televisione di qualità, con programmi non necessariamente inneggianti alla cultura, ma intelligenti e non superficiali. La critica più seria che ho sentita è quella riguardante la varietà offerta dal digitale terrestre: è vero, la RAI possiede molti canali tematici sulla nuova piattaforma, ma il problema è che essi sono troppo dispersivi e sotto-sovvenzionati. Un canale culturale realizzato con il 70% dei fondi attualmente stanziati anche solo per RaiTre riuscirebbe a produrre un palinsesto degno di nota, molto più dei mille canali tematici solitari.

Riguardo al fattore pubblicità, si apre una nota dolente: effettivamente diminuendo gli introiti pubblicitari della TV pubblica si creerebbero problemi di budget e squilibri nel mercato. Secondo me si potrebbe affettuare un aumento del canone per ovviare ai mancati incassi (io lo pagherei volentieri per un servizio migliore). Riguardo invece agli squilibri si rischia di favorire Mediaset, è vero, però è sbagliato pensare che si bisogni rivedere i tetti di affollamento pubblicitario (tra l’alto già molto elevati). Se i tetti rimangono elevati, i listini delle concessionarie aumenteranno di sicuro (legge domanda-offerta). Il che non è grave: diminuirebbero gli inserzionisti televisivi per deviare finalmente investimenti sul web, o su mezzi in crisi come la stampa.

Che Bondi abbia smesso di fare l’ombra di Silvio per mettersi a pensare con la propria testa?

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Teatro

In un lungo articolo, pubblicato su Repubblica il 24 febbraio 2009, Alessandro Baricco riflette sulla situazione attuale riguardo ai fondi pubblici destinati alla cultura. Egli afferma che gli interventi statali per salvare varie realtà culturali, soprattutto il teatro di prosa e il teatro d’opera, sono dannosi per il paese e sprecati. Lo scrittore propone quindi di utilizzare tali fondi su due direzioni principali: la televisione e la scuola. Coerentemente Baricco afferma che è inutile salvare l’opera se a scuola non si insegna la storia della musica. I fondi per la televisione andrebbero a finire nella ricerca di una tv culturale: in grado di passare conoscenza, rispetto e valori allo spettatore. La scuola, invece, sarebbe proprio il trampolino di (ri)lancio della situazione. Se bisogna trasmettere qualcosa ad una persona, è molto più facile farlo finché questa è giovane.

L’idea di fondo di Baricco è giusta: diventa quasi ridicolo cercare di salvare enti culturali, spesso messi in ginocchio da sprechi e mancanza cronica di pubblico. Deviando i fondi sulla scuola è possibile creare un futuro pubblico, interessato alla materia, per tali spettacoli. Ma la strada è lunga e dura. Riguardo alla televisione, si può affermare con certezza che le possibilità di creazione di programmi realmente culturali sono veramente ridotte, anche con fondi aggiuntivi. Questo finchè esistera una certezza chiamata Auditel e frotte di dirigenti televisivi pronti a chinarsi ad essa.

Lo scorso 3 marzo, il blogger Massimo Mantellini ha risposto allo scrittore torinese dalle pagine web de La Stampa con un articolo molto interessante. Commentando l’articolo di Baricco, Mantellini critica l’assenza di Internet come “luogo moderno ed attuale della crescita culturale del paese”. A parere del blogger l’assenza è dovuta ad una totale ignoranza dell’elite culturale del paese riguardo al mezzo, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti pedagogici e culturali. Anzi spesso le elite sono spaventate da Internet e cercano di controllarlo, con legislazioni restrittive, contrarie alle direzioni prese dai partner europei. Mantellini inoltre fa notare come l’alfabetizzazione informatica italiana sia (in Europa) pari a Portogallo e Bulgaria e largamente inferiore alle grandi potenze.

Quello che molti si chiederanno è come fare a destinare soldi pubblici a internet, data la sua natura. Personalmente penso che la soluzione sia non aiutare, il mezzo in se, ma incentivare l’accesso al mezzo. Fornire una copertura di banda larga a tutta la popolazione, erogare incentivi per l’acquisto di pc per studenti e anziani. Ma soprattutto insegnare l’informatica, e un corretto utilizzo della rete agli studenti, ma soprattutto agli insegnanti, perché sono loro i primi a dover capire l’importanza del mezzo e saperla sfruttare.

Il futuro non è lontanto, è solo offuscato.

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Come anticipato ieri dal sempre attento Federico, e poi confermato da Google, oggi è uscito Chrome, browser di Google. La mossa di Google di sbarcare sul mercato software ha sorpreso molti, perché si distacca molto dalla base di Google, ma anche perché pone serie distanze tra Google e Mozilla, che spesso sono andati d’amore e d’accordo.

Questo post non ha lo scopo di fare una recensione, ma di valutare il perché di questa mossa e le possibili ripercussioni future. Devo però dire che ho installato Google Chrome, l’ho provato, e non mi ha fatto una grandissima impressione. Molte feature sono copiate da Firefox e Safari, alcune applicazioni sembrano caricarsi meglio (anche se Google Maps con Street View è una tragedia lo stesso). SInceramente non vedo un gap rispetto ai concorrenti tale da giustificare un cambio di browser in massa.

La prima cosa che ho pensato quando ho saputo la notizia è che si trattasse di una bufala. Google era già impegnata in stretti rapporti con Mozilla e mi sembrava una stupidaggine sviluppare un nuovo browser da zero. Ma lo hanno fatto. A quel punto il mio pensiero è andato subito alle possibilità che può fornire un browser, impostato su Google, per Google. La risposta è: tantissime. Google vive di informazioni, se ne ciba continuamente, le immagazzina senza cancellarle. Ogni ricerca fatta da un utente vive su un database di Google, ogni mail mandata con Gmail, ogni video visto su Youtube, ogni foto caricata su Picasa, ogni ricerca geografica su Google Maps. Tutto viene immagazzinato. Adesso immaginiamo di possedere un browser che può realmente inviare a Google tutto quello che fa l’utente, anche senza utilizzare i servizi Google: l’effetto sarebbe devastante. Ma a quanto pare sembra che non sia così. Secondo il sempre informatissimo Matt Cutts, Chrome non manda costantemente informazioni a Google, che anzi sembra non sfruttare la ghiotta occasione. Questo perché Google non vorrebbe finire in ulteriori casini per la gestione dei dati degli utenti.

Come già detto ci sono novità tecniche sulla gestione dei thread, l’interfaccia è la stessa dei concorrenti, la velocità è sensibilmente maggiore. Queste poche cose (a mio parere) non possono giustificare un passaggio repentino da altri browser a Chrome. BIsognava portare novità più sostanziose, come fece il primo Firefox. Secondo me Google si guadagnerà la fetta di mercato, ma ci metterà tanto. Basti pensare i mesi che ci ha messo Firefox ha raggiungere la quota che ha adesso. L’unico vantaggio che può possedere Google è il fattore popolarità. Non tutti possono fregiarsi di essere il brand più conosciuto al mondo.

La maggior parte dell’utenza di internet non sviluppa un pensiero critico, ma utilizza comunque i servizi web in maniera massiccia. E più un servizio è ben fatto, più è degno di ammirazione. Ecco perché la gente adora Google. Vede il lato pulito ed efficiente della medaglia, quel motto “don’t be evil” che risuona come un inno per il consumatore. Ma stiamo parlando dell’azienda internet più ricca della Silicon Valley, quotata in borsa e finanziata da venture capitalist tosti. Prima o poi in queste condizioni è difficile non essere cattivi.

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E’ da un po’ che intendo scrivere questo post, ma le richieste di informazioni che mi sono giunte nelle ultime settimante mi hanno finalmente convinto. Quella che segue è una visione personale del corso di laurea di Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino. Ma è comunqua una visione dall’interno, e sono molti gli interessati ad averla.

Io sono entrato a Ingegneria del cinema nel 2005, era il terzo anno di esistenza del corso di laurea. Eravamo delle cavie, ma meno di quelli arrivati prima di noi. Siamo entrati in poco meno di 60, ma a marzo eravamo già in 40. Molta gente, delusa da aspettative sbagliate, aveva mollato il corso. Penso che nessuno si aspettasse esattamente un corso come quello venuto fuori. Questo perché la pubblicità fatta all’inizio per questo corso era totalmente deviante. Si parlava veramente di fare cinema, incontrare registi e specialisti del campo. Fortunatamente io non ero venuto per fare cinema. Perché non si fa. Sfatiamo un mito: si fa solo un esame sul cinema, in altri esami si fa qualche accenno. Se volete fare cinema andate al DAMS.

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Repubblica.it segnala che Mediaset ha esposto ufficialmente una richiesta di risarcimento a Google per i contenuti Mediaset presenti su Youtube. Il colosso televisivo pretenderebbe 500 milioni di risarcimento perché Youtube sfrutta oltre 4000 video il cui contenuto apparterebbe a Mediaset. Gli esperti di Fininvest hanno calcolato che i video il cui copyright appartiene a Mediaset avrebbero fatto perdere alla tv ben 315.672 ore di programmazione.

L’idea di Mediaset non è isolata. In America Viacom ha fatto richiesta per danni per lo stesso motivo di Mediaset, il risultato è che le due aziende hanno raggiunto un accordo non economico, ma attraverso una merce di scambio molto più importante: le informazioni. Difatti Google dovrà cedere le informazioni sugli utenti che hanno caricato i video incriminati e i dati sugli utenti finiti sulla pagina del video. E’ quindi successo: l’informazione è arrivata a valere più del denaro.

Ma tornando all’argomento italiano della disputa mi viene difficile capire come abbia potuto la tv privata capire di avere 315.672 ore, perché sarebbero tutte ore di repliche, spezzoni di non più di 10 minuti e soprattutto doppioni. I video di maggior tendenza di Youtube sono tutti disponibili in tantissime copie diverse. Quelli di Mediaset saranno quasi sicuramente tutti doppi, per cui le ore perse sarebbero la metà. Ma soprattutto sarebbero insfruttabili in un palinsesto televisivo.

Però è giusto che esista il copyright e che questo venga rispettato. In ogni caso, lunga vita a Youtube.

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