
Sono sempre stato scettico sui sequel. E ancora di più lo sono sempre stato sui ritorni dopo tanto tempo. Spesso l’atmosfera del primo film non riesce a essere ricreata, gli sceneggiatori non sono capaci di ripetersi e i registi cambiano, a volte perfino gli attori. Ho sempre visto i sequel come una mossa puramente commerciale, lontana dagli scopi dei film originali. Ieri ho visto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (titolo orribile, lungo e difficile da ricordare). Mi ha lasciato un po’ interdetto.
La squadra che stava dietro agli tre film viene ricreata di nuovo (Lucas alla sceneggiatura e produzione, Spielberg alla regia, Ford come protagonista, Williams alle musiche), ma si sente quel no pesantsissimo rifilato a George Lucas da Sean Connery. La mancanza del personaggio che ha fatto la fortuna del terzo episodio viene colmata (ma non abbastanza) dal figlio di Indy, che risulta delineato abbastanza bene ma non cattura l’attenzione dello spettatore. Ritorna anche Marion Ravenwood, fiamma di Indiana Jones nel primo episodio.
Ma allora cosa non funziona? La scenggiatura diventa troppo fantasticante e si allontana da quell’alone di verosimile dei primi episodi. Il protagonista si ritrova in troppe situazioni contemporaneamente, alcune anche ingiustificate che lasciano lo spettatore perplesso, come ci fosse bisogno di fargli capitare qualcosa a questo personaggio. Il problema è che il personaggio è già a posto così com’è, perchè lui è Indiana Jones. Si scade nel ridicolo quando i famosi “dei” non sono alieni (come ci porta a pensare tutto il film, fin dalle prime scene), il che già non mi piace molto, ma addiritura esseri di un’altra dimensione.
Tutto sommato però il film risulta gradevole. Gli attori sono tutti bravi e le citazioni sugli episodi precedenti si sprecano. Ce ne sono davvero tante, alcune veramente ben nascoste, ma che danno un tocco di simpatia al film. Come sequel non mi sento di bocciarlo, perché lo sforzo per fare un buon film si è visto, ma devo dire che per molte cose mi ha lasciato deluso e con un po’ di amaro in bocca.
